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Ennio Castellani: la moda vintage italiana dalla voce di chi l’ha fatta

Moda Simona 2 Commenti

A volte la vita ha quei suoi modi imperscrutabili di manifestarsi, non trovate? E così una serie di eventi – apparentemente scollegati – risultano essere tutti parte di un unico e intricato puzzle. È questo il modo in cui ho conosciuto Ennio Castellani: per pura casualità, si direbbe, e grazie a una serie di fortunate coincidenze.

Il suo nome non mi suona nuovo, ma non saprei dire dove l’ho già sentito, io scelgo dei tessuti da uno stock, lui passa di lì e lo sento parlare di sé, di una mostra al Museo Boncompagni Ludovisi di Roma dedicata alle sue creazioni d’Alta Moda, del suo magazzino di tessuti, della moda vintage – quella vera ed autentica. Io all’inizio ascolto un po’ distrattamente, attenta ad evitare le pezze di lana tarmate, poi si rivolge a me, mi chiede cosa faccio. E allora gli spiego, con il sorriso di chi sa di raccontare una storia un po’ strana. Dice di voler fare una chiaccherata, mi lascia il suo numero ed il suo indirizzo, “Buona giornata” e va via.

Torno ai miei tessuti ma non appena rientro a casa, mi affido a Google digitando: “Ennio Castellani”. Leggo della mostra di Roma del 2015 intitolata “Ennio Castellani – Una sartoria dell’Alta Moda italiana”, vedo foto dei suoi abiti ed una pagina di Vogue degli anni ’80 a lui dedicata. Leggo qualche articolo, quanto basta per alimentare la mia curiosità. Comincio a sentire che questo non è un semplice incontro, è l’opportunità unica di conoscere la Moda vintage, quella vera, direttamente dalla voce di chi l’ha fatta.

Prendo il telefono, lo chiamo per fissare un appuntamento. Dopo qualche giorno sono davanti al portone di un palazzetto di Via Cantarane 22, a Verona. L’appuntamento è alle 10, me la prendo comoda e faccio una passeggiata, arrivo a piedi canticchiando per strada, cosa che faccio sempre quando sono sola, specie se sono di buon umore. Ed oggi lo sono.

Il signor Ennio viene alla porta con un gran bel sorriso e mi fa accomodare all’interno. “Qui al piano terra una volta c’era il magazzino dei tessuti, adesso in questa stanza abbiamo creato un piccolo museo con gli abiti che ho raccolto durante la mostra di Roma”. Entro nella camera e la parete a sinistra è piena fino al soffitto di abiti di Alta Moda. Quelli da sposa sono tutti raccolti in un lato: c’è il corto ispirato agli anni ’30, c’è il due pezzi con blusa in morbida seta, c’è lo svasato in organza con gonna ricamata ad intaglio.

I miei occhi passano instancabili da un pezzo all’altro, ognuno col suo stile impeccabile. Anni ’60, anni ’70, abiti da giorno, da pomeriggio, da sera, da cerimonia, niente è lasciato al caso, tutto è curato nei minimi dettagli. È la prima volta che tocco con mano abiti sartoriali Haute Couture e mi sento emozionata. Dalla maison Castellani uscivano veri e propri capolavori: ecco, ad esempio, un abito lungo da sera interamente dipinto a mano dallo stesso Castellani con la tecnica batik. “Dopo aver realizzato il disegno, la colorazione veniva fatta ricoprendo di cera le parti che non si volevano colorare. La cera veniva poi rimossa e si procedeva con il colore successivo”, mi spiega il signor Ennio.

Il mio sguardo è come ipnotizzato da tanta bellezza e indugia su quella parete prima di concedersi un’occhiata anche al resto della stanza. Adagiato sul divano un cappellino nero stravagante, accanto una cappa fucsia in cachemire double semplicemente spettacolare. Mi lascio scappare l’ennesimo “wow, che meraviglia!”. Al muro è appeso il poster di Vogue che avevo visto online, in giro per la stanza schizzi di figurini ed una scatola di bijoux con gioielli e bottoni griffati “EC”, “perché per il prèt à porter era obbligatorio avere i dettagli firmati”, mi spiega il signor Ennio.

Passiamo all’altra stanza dove c’è ancora il magazzino dei tessuti: scaffali alti su fino al soffitto pieni di stoffe di ogni genere. Al centro della stanza una coppia di stand con altri abiti firmati Ennio Castellani. Curioso un po’ ed il mio occhio cade su una blusa gialla in seta semplicemente incantevole. “Mi sento un po’ come Alice nel paese delle meraviglie” penso ad alta voce e aggiungo scherzosamente “beh, mi lasci pure qui, io non andrei più via!”.

Prima di andare al piano di sopra mi mostra un abitino: svasato, un bel blu acceso, una linea semplicissima con delle ampie ruches sul giromanica color panna bordate di blu. Sono impressionata da quanta perfezione possa racchiudere una cosa così semplice seppur incredibilmente raffinata.

Un po’ a malincuore lo seguo al piano di sopra, ci accomodiamo in salone e gli do il pacchetto con i biscotti di pan di zenzero che ho preparato la sera prima. Sarà abituato a doni ben più raffinati, penso io, ma lui apprezza molto, porta a tavola un tè e assaggia qualche biscotto confessando qualche peccato di gola.

Gli parlo brevemente di me, di come ho cominciato e di quello che faccio. So che per una persona che ha trascorso un’intera vita nel mondo della Moda, il mio lavoro deve apparire ben lontano dalla perfezione – io so che lo è – ma gli dico che ho voglia di imparare, so che ho molta strada davanti a me, ma non vedo l’ora di scoprirla, un passo alla volta. Lui mi parla del suo desiderio di trasmettere a giovani appassionati di moda la sua esperienza e competenza. Mi illumino quando prosegue dicendo: “Simona, tu mi piaci. Avresti voglia di cominciare con me questo percorso?”.

“Non deve nemmeno chiederlo!”, gli rispondo infinitamente grata. Che occasione unica!

La nostra chiacchierata prosegue per più di due ore, mi parla della sua vita, di come comincia a cucire a 16 anni, della sua formazione, delle fatiche in seguito alla scomparsa del padre, dell’Accademia di Venezia dove impara a disegnare il corpo femminile, dell’apprendistato presso il sarto della zia a Padova, il suo primo grande maestro, della Koefia a Milano, degli atelier di prestigio dove riesce a farsi strada: dalla Fercioni Alta Moda, a Gigliola Curiel per poi spostarsi a Firenze dal maestro Cesare Guidi, celebre stilista delle dive. Mi parla degli anni di leva militare in cui torna a Verona e, per tutta una serie di incredibili coincidenze, muove i primi passi che lo portano a metà degli anni ’60 ad aprire la sua maison di Alta Moda nel centro storico della città. Due volte l’anno va a Parigi a carpire con occhi attenti le novità nel mondo della moda per poi rielaborarle e reinterpretarle nel suo atelier… “alla Castellani”, naturalmente.

La sua mente scruta attenta e coglie i cambiamenti e le rivoluzioni di quel periodo che ridefiniscono interamente la moda, ma è chiaro che Ennio Castellani vuol fare le cose a modo suo e così, quando arrivano le prime clienti in atelier, giornale sotto braccio e tessuto in mano, lui deve spiegare alle gentili signore che non è così che si lavora in casa Castellani: i modelli non vengono dalle riviste ma dalla sua matita e dai suoi pantoni.

Mentre cita Coco Chanel con grandissima ammirazione, per rispondere alla mia domanda sugli uomini e la moda, mi spiega: “La donna proietta sempre e inevitabilmente se stessa nelle sue creazioni, l’uomo invece immagina tanti tipi di donne e le veste.”

Ci penso un attimo su e mi rendo conto che è vero: le nostre creazioni riflettono l’immagine di quello che siamo come donne, gli uomini invece sono slegati da questo pensiero e molto più liberi di creare per una donna ogni volta diversa!

Il tempo corre veloce, dice che spera di non annoiarmi con tante storie, eppure io non smetterei di ascoltarlo mentre mi trascina in un mondo magico, a tratti curioso, in cui le dame dell’alta borghesia veronese non possono certo andare in Arena mostrandosi per più di una volta con lo stesso abito. E allora si è invitate alla maison Castellani due volte l’anno per i quattro giorni di sfilate che si svolgono proprio nell’elegante salotto della casa di Via Cantarane e si reclama per sé quella o quell’altra creazione. “Le sfilate avvenivano proprio qui”, mi dice indicando la stanza in cui ci troviamo a sorseggiare il tè, “questa stanza poteva accogliere circa 60 persone, tutte personalmente invitate alla sfilata, e da questa porta”, indica la porta alle sue spalle, “uscivano le ragazze con i miei modelli. Per questo c’è ancora questo grande tappeto”. I miei occhi si posano sul pavimento coperto da un tappeto di forma circolare che contorna la porta e per un attimo mi immagino quella stanza ricolma di alta società, fremente per accaparrarsi “l’ultimo Castellani” e in attesa del gran finale in cui l’abito da sposa fa la sua maestosa comparsa, ogni volta uno diverso, sempre spettacolare ma mai venduto: del resto nessuno vuole indossare nel giorno più speciale un abito già visto e applaudito da tanti! E così va in dono al vicino orfanotrofio femminile perché, dice Castellani: “La vita mi ha dato tante batoste, ma sempre un palo saldo su cui appoggiarmi per ritirarmi su. E visto che questa vita mi ha dato tanto, anch’io voglio dare a mia volta…”.

La mattinata scorre seduti al tavolo del salotto tra fiumi di parole, qualche sigaretta – che di solito tollero molto poco, ma sono talmente assorta nell’ascolto che me ne rendo conto appena – album di disegni, studi e bozzetti di figurini non ultimati e decine di storie di tempi passati: di quando da piccolo si divertiva a creare i vestiti per i burattini del teatrino costruito dal nonno; del vivere immerso nella moda, con la mamma e la zia sempre indaffarate a confezionare abiti per tutta la famiglia; di come si fosse corretto la divisa militare perché “sformata” e con una linea orribile, del primo incontro con la moglie e del fatidico colpo di fulmine.

Lui racconta di tempi passati, di ricordi, di cambiamenti, di esperienze di vita e io non posso fare a meno di osservare con quanta passione e quanto entusiasmo le sue storie prendano vita; passione ed entusiasmo che sembrano essere sopravvissuti al tempo praticamente intatti, specie quando parla dei suoi due amori più grandi: la moglie e la Moda.

Lo stilista Ennio Castellani posa di fronte alle sue creazioni

È quasi ora di pranzo, mi riaccompagna giù per lasciarmi fare qualche scatto prima di salutarlo.

Eccolo, Ennio Castellani, posa sorridente per il mio obiettivo davanti alle sue creazioni con la soddisfazione di chi crede fermamente che la decima Musa non sia il Cinema, ma la Moda, “perché la Moda esiste da sempre”.

Il libretto della mostra dedicata ad Ennio Castellani al museo Boncompagni Ludovisi di Roma firmato dallo stilista

2 risposte a “Ennio Castellani: la moda vintage italiana dalla voce di chi l’ha fatta”

  1. Simonaaaaa!….mi fai sognareeee!
    Scrivo per non urlare, tra qualche linea elaborata di progetto sul mio disegno tecnico (a lavoro) ed una sbirciata nel tuo blog! Non potevo non leggere tutto l’articolo, e soprattutto lasciare un commento. Vorrei vivere anch’io un’esperienza così nella mia vita. Questa è cultura! Quando si dice: “vivi ed impari”!
    Queste sono quelle emozioni che vorrei vivere ogni giorno, guardare questi disegni, riempiono il cuore…
    Adesso devo proprio lavorare, un abbraccio
    Continua così!!!

    • Carissima Enza, grazie di cuore per il tuo commento! Sono molto felice che il mio racconto ti abbia tanto entusiasmata, è stata una bellissima avventura. Un abbraccio!

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